L’AGGUATO

 

Da oltre un’ora se ne stavano appostati intorno a quella tana, in religioso silenzio, in attesa che la timida preda facesse capolino da quel buco quasi nascosto alla loro vista da alte e secche fratte, e da un ciuffo di finocchietto selvatico. I suoi fiori, più che altro una specie d'infiorescenza giallastra, si erano aperti da poco, e ciò contribuiva a disperdere nell’aria circostante un effluvio delizioso che, col passare dei minuti, diventava un forte e pungente odore che cominciava a infastidire le narici. E, adesso che il sole iniziava a fare capolino da dietro le colline, le cose si complicavano: fra poco le ristoppie, che inondavano di giallo il terreno circostante, avrebbero saturato l’aria coi loro fastidiosi vapori. Tante noiosissime mosche avrebbero cominciato a ronzare nelle loro orecchie e di sicuro avrebbero punzecchiato i due poveri cacciatori. E questi, costretti a starsene immobili nelle loro postazioni, non avrebbero potuto che sopportare quei maledetti insetti che, quasi consci di farla franca, si sarebbero divertiti ed avrebbero continuato nella loro azione provocatrice.

I due lo sapevano bene come sarebbe andato a finire se quel maledetto coniglio non si fosse deciso ad uscire all’aperto quanto prima. Altre volte si erano trovati in analoghe circostanze, ed avevano dovuto sopportare in silenzio i fastidi che tale sport, che poi era una vera passione, richiedeva. Ormai che la sfida era iniziata da un pezzo non c’era più tempo per tornare indietro, visto che il furetto era penetrato nella tana da oltre un’ora, ed ancora non faceva sentire il tintinnio delle campanelle che si portava appese al collo. Più che sentirlo, lo vedevano col pensiero, quel valente furetto, inseguire il coniglio nei meandri di quel "forte"; e, com’era sempre successo in tutte le precedenti battute, quanto prima, saltellando freneticamente sulle sue quattro corte gambette, sarebbe comparso all’inseguimento della sua preda. Allora sarebbe esplosa tutta la loro gioia, avrebbero scaricato le loro doppiette su quella bestiola, avrebbero ripreso il furetto deponendolo nella "panara" dopo gli elogi alla sua valentia ; ma soprattutto, liberi di muoversi, i due, finalmente, si sarebbero scrollate di dosso tutte quelle maledette mosche e quei fastidiosi insetti. La liberazione da un incubo, insomma!

 

La decisione di appostarsi davanti a quella tana e di mandarvi dentro il furetto alla ricerca del coniglio, l’avevano presa di buon mattino, quasi all’alba, quando, giunti in contrada Albanello per sentire il canto delle pernici, avevano incautamente pensato di potere catturare in poco tempo qualche preda prima d'iniziare la caccia ai volatili. Era costume dei cacciatori, infatti, di giungere nella contrada desiderata alle prime luci dell’alba e di dedicarsi alla ricerca delle pernici, se dal loro canto s’individuava la località dove lo stormo stava razzolando in cerca di cibo; diversamente si poteva andare alla ricerca di una lepre o di un coniglio per i campi, o, con meno fatica, fare visita alle tane utilizzando il furetto. I due, come spesso succedeva, avevano pensato con ottimismo di fare l’una e l’altra cosa insieme.

"Lillo!", aveva detto Carmelo all’amico, "Sotto i nostri piedi si trova la tana più ricca di conigli di tutta la contrada: quasi quasi conviene mandarvi dentro il furetto, mentre restiamo in attesa del canto delle pernici che sicuramente si faranno sentire fra qualche minuto, da quella collinetta di fronte a noi. Che ne dici?".

"Sono d’accordo con te", rispose Lillo, convinto da quella proposta che pareva sensata. "Vuoi che non sappia che magnifico rifugio sia questa tana? E' chiamata "il forte di mezzo" e mai ha tradito un cacciatore. Ma non scordarti che questa tana é molto grande ed é composta da migliaia di cunicoli sotterranei. Vedi quella collina di gessi bianchi e lucenti di fronte a noi? Dentro é tutto un labirinto di gallerie, più della miniera di Gibellini! Se il furetto é bravo e valoroso, com’è il nostro Cicco, non torna indietro se prima non ha setacciato ogni cunicolo e scovato il coniglio. Se lo trova in poco tempo siamo fortunati, altrimenti bisogna aspettare delle ore, prima che torni all’aperto. Alcuni anni addietro, in meno di un’ora ne ha cacciati fuori ben cinque! Ma ricordo pure che é tornato all’aperto dopo parecchie ore".

Quando Lillo parlava di tane e conigli, ne sapeva sempre una più del diavolo: come faceva a sapere quanti cunicoli e quante gallerie facevano capo a quel piccolo buco che si apriva sotto i suoi piedi? Eccome se lo sapeva! Glielo aveva riferito il padre, ed a questi a sua volta l’aveva confidato il padre, che poi era il nonno di Lillo, ed a questi ..… Quello dei cacciatori é un mondo tutto particolare: conoscono a menadito le abitudini delle prede, sanno dove andrà a ripararsi una lepre scappata da una contrada, dove trovare l’indomani quel coniglio sfuggito per caso alla cattura, dove andrà a posarsi quello stormo di pernici col fresco e col caldo. Perché se fa molto caldo, la pernice, molto indolente, planerà dopo poche centinaia di metri, se invece l’aria é fresca, la sua planata, dopo il violento e rumoroso battito di ali alla partenza, sarà lunghissima.

"Allora rischiamo!" disse Carmelo deciso a tutto, e che forse quel mattino non aveva tanta voglia di vagare per i campi alla ricerca delle pernici.

Deposero a terra i fucili e tutti gli attrezzi che si portavano appresso, e tirato fuori della "panara" il furetto, lo nutrirono con un po’ di latte e formaggio masticato a dovere per scioglierlo ben bene nel latte. Quindi, mentre Carmelo teneva il valoroso Cicco col pollice e l’indice della mano sinistra dietro al collo, per renderlo innocuo ed evitare qualche morso, Lillo, preso un pezzo di spago fine unto di grasso, cominciò a legargli il muso, come una museruola, in modo che non fosse in grado di aprire la bocca. Infine gli infilarono intorno al collo una specie di collana con delle campanelle, affinché il loro tintinnio all’interno della tana potesse mettere in fuga, verso l’esterno, l’eventuale coniglio che vi stava nascosto. La museruola aveva la funzione di evitare che, raggiunto il coniglio, il furetto potesse afferrarlo e sbranarlo dentro la tana, coi suoi denti aguzzi; poiché, quando ciò succedeva, non solo il coniglio restava morto dentro, e quindi veniva perso, ma anche il furetto tornava all’aperto con tutti i suoi comodi, magari schiacciando un pisolino dopo il lauto pranzo, e lasciando i cacciatori ad attendere fuori della tana con tre palmi di naso.

Assecondarono il furetto ad entrare nella tana, finché questo, dopo qualche resistenza, alla fine si decise a penetrarvi. Passati pochi secondi, i due non sentirono più il tintinnio delle campanelle, segno che il furetto si era inoltrato nei meandri del sottosuolo; per cui, imbracciati i rispettivi fucili, si disposero ad una decina di metri dai bordi della tana, in direzione opposta l’uno all’altro, ad aspettare l’evento tanto desiderato. Fecero pure un cenno al cane che, da buon amico intelligente, si accucciò sotto un albero in attesa degli sviluppi. Il suo compito era alternativo a quello del furetto: quando lavorava l’altro, lui era costretto ad un riposo forzato.

Era importante scegliere il posto correttamente: alla giusta distanza per vedere bene l’ingresso della tana senza però essere visti dal coniglio in uscita, controvento per non fare penetrare nel cunicolo i propri odori e quindi manifestare la presenza, in un punto dove non si potesse fare rumore al minimo movimento dei piedi. Molto spesso il coniglio, inseguito dal furetto, usciva dalla tana di corsa, seguendo il viottolo battuto da sempre, mentre altre volte faceva capolino fermandosi sull’ingresso ad osservare che aria tirasse nei dintorni. Nel primo caso il cacciatore doveva trovarsi pronto a sparare non appena il coniglio avesse raggiunto la giusta distanza, nel secondo caso doveva starsene immobile ed aspettare che si decidesse ad allontanarsi lungo il viottolo: ecco perché bisognava starsene zitti e immobili! Lillo e Carmelo, da buoni intenditori e da cacciatori dalla lunga esperienza, si erano sistemati osservando questi atavici dettami venatori.

Già albeggiava quando, immobili come statue di cera, aspettavano che il loro bravo furetto Cicco facesse il suo dovere, scovando e cacciando fuori di quel fortificato nascondiglio la preda tanto bramata. Ad un certo punto Lillo fece un cenno con la testa a Carmelo e muovendo gli occhi a destra e a manca sembrava dirgli:

"Non senti come cantano le pernici sulla collinetta di fronte? Saranno una ventina, tanto fanno chiasso! Osserva bene anche tu dove si spostano: fra poco saremo sulle loro tracce, e a pranzo potremo assaggiare un buon piatto di spaghetti al sugo".

"Eccome se le sento cantare!", gli rispondeva Carmelo, muto come un pesce, con un goffo cenno del capo, senza perdere di vista l’ingresso della tana. "E’ da dieci minuti che mi stuzzicano quelle bestie. Sistemato il coniglio, che fra poco farà capolino da questa tana, penseremo a loro".

"Speriamo bene!", commentava Lillo spostando su e giù la testa in assenso alla muta risposta del suo amico, "Ma se questo furetto non si sbriga a cacciare fuori il coniglio da questa maledetta tana, temo che per oggi perderemo l’occasione di inseguirle come avevamo previsto. Te l’avevo detto che questa più che una tana é un forte? Ho l’impressione che aspetteremo delle ore prima di venirne a capo".

Intanto il cane che fino a quel momento, rispettoso del silenzio imposto dalla situazione, era andato in giro per i campi lontano dall’ingresso della tana, era tornato e si era accucciato ai piedi di Lillo, quasi a chiedere come andavano le cose. Ogni tanto scodinzolava e, tra l’annoiato e l’ironico, sembrava quasi volesse parlare:

"Poveri fessi! Ve ne state là impalati ad aspettare che il vostro mitico furetto Cicco, che viziate con latte e formaggio, faccia scappare un povero coniglio. Ma che bisogno c’è di starsene per ore immobili sotto il sole cocente? Non sarebbe meglio fare un giretto per i maggesi alla ricerca di una lepre? Forse che non sono più abile del vostro furetto a scovare le prede per i campi? Contenti voi, per me é una pacchia starmene all’ombra ad aspettare i vostri comodi; io un giretto me lo faccio volentieri intanto che voi vi fate mangiare dalle mosche e dai fastidiosi insetti".

Quindi si alzò dalla cuccia in cui si era sistemato da qualche minuto e, scodinzolando noiosamente, si allontanò verso la fontana che sgorgava sotto la collina.

La stessa cosa stava pensando Lillo in quel momento mentre, infastidito da un moscone, cercava di liberarsene dondolando la testa ora a destra, ora a manca. Ma visto che quello insisteva a tormentarlo, si mollò uno schiaffo sulla guancia destra schiacciandolo con un fastidioso senso di repulsione, ma ponendo fine al noioso ronzio.

"Ma che razza di fessi, siamo!", pensava Lillo vedendo il cane andare avanti e indietro verso la fontana. "Quello é andato a sdraiarsi tra le fresche canne che circondano la sorgente, mentre noi ce ne stiamo sotto il sole cocente ad aspettare che un povero coniglio faccia la sua comparsa per farsi impallinare. Ho la gola secca ed i sudori che mi colano dalla fronte; neanche un cappellaccio mi sono messo in testa per ripararmi da questi maledetti raggi solari. Quasi quasi, mollo il fucile e vado anch’io a rinfrescarmi: ma se quel benedetto coniglio scappa proprio adesso, dopo due ore d’attesa? Devo resistere ancora un po’, perdiana!".

E intanto che questi pensieri passavano per la sua mente, guardava il suo compagno di sventura, questi guardava il suo amico, e insieme dirigevano lo sguardo verso la fontana, lontana un centinaio di metri, dove il cane sicuramente se ne stava sdraiato al fresco tra le canne ed i papiri.

Il sole cominciava a fare sentire i suoi effetti. Dopo oltre due ore d’appostamento i due amici cominciavano a manifestare segni di stanchezza, ma, per una questione di orgoglio, né l’uno né l’altro voleva gettare per primo la spugna e dichiararsi vinto. Il primo perché aveva avanzato la proposta di inviare il furetto in quella tana, il secondo perché, pur elencandone le difficoltà, alla fine si era dichiarato convinto che il suo valoroso Cicco avrebbe scovato il coniglio in breve tempo e quindi implicitamente era d’accordo col primo. Bisognava resistere alla tentazione di andare a raggiungere il loro cane.

Ad un tratto Carmelo cominciò ad agitare gli occhi verso Lillo facendogli capire di guardare verso la tana, cominciò lentamente a portare il fucile in posizione di tiro, lo sollevò di scatto per prendere la mira, e...... non sparò, ma fece un cenno di stizza, perché il coniglio che finalmente si era presentato all’imboccatura della tana, annusando una situazione di pericolo, non prese il solito viottolo verso l’esterno, ma si rintanò velocemente, sfuggendo alla vista dei due sfortunati quanto pazienti e coraggiosi cacciatori.

"Ci siamo!", pensò Carmelo, "Finalmente il furetto ha preso il cunicolo giusto ed é riuscito a scovare il coniglio. Se uno ha tentato di uscire all’aperto, prima o poi altri lo seguiranno. Stiamo bene allerta, ma soprattutto immobili per non farci fregare una seconda volta".

Lillo rimase perplesso perché, lui che si trovava in una posizione molte favorevole e molto attento, non aveva visto nemmeno l’ombra del coniglio che Carmelo sembrava avere a portata di tiro.

"Che il caldo cominci a fare brutti scherzi facendoci vedere ciò che non c’è? Ma cos’hai visto di strano per avere tentato di sparare?", mimò Lillo rivolgendosi a Carmelo con aria interrogativa.

"Ma sei cieco?", gli rispose Carmelo muovendo le palpebre su e giù, "Non hai visto che grosso coniglio si era presentato all’uscita? Si vede che sei stanco e distratto, caro amico : io l’ho visto, e come!".

"Va bene, va bene! Evidentemente ero distratto; speriamo non ne abbia visto solo l’ombra. Io però ti confermo di non avere visto niente", confermò Lillo abbassando la testa ed allungando il mento fino a coprire tutto il collo.

E confortati da una nuova speranza, ripresero l’atteggiamento da statua nelle loro postazioni, dopo piccoli assestamenti che servirono a sgranchire appena i loro muscoli immobilizzati da oltre due ore. Più che due statue sembravano due spaventapasseri con due bastoni in mano, sistemati lì da qualche contadino per tenere lontano dal campo appena seminato eventuali passeri di passaggio. E per spaventapasseri devono essere stati scambiati da quella cornacchia gracchiante che da qualche minuto si aggirava sulle loro teste in prudente atteggiamento. Finché, vedendoli immobili e convinta che fossero due alberelli senza foglie, scese in picchiata per andarsi a posare sulla testa di Lillo. Questi, spaventato da quell’intrusa bestiaccia, ebbe un attimo di smarrimento e, abbassandosi per proteggere il suo capo, fece volteggiare il suo fucile, come fosse un bastone, colpendo con la canna dello stesso la cornacchia che, emettendo uno stridulo verso di dolore, ma soprattutto di spavento, sbatté violentemente per terra, per poi rialzarsi di scatto e volare lontano, con un violento battito di ali. Carmelo che aveva seguito con divertita attenzione quanto stava capitando all’amico, a stento riuscì a trattenere una sonora risata, e imbracciato il fucile stava per sparare a quel nero volatile se Lillo, con affannosi e goffi gesti, non fosse riuscito a dissuaderlo da quello sconsiderato gesto.

"Ma che fai?", sembrava mimare con le labbra, ma senza profferire parole, "Se spari adesso, vanifichi due ore d’attesa davanti a questa tana che comincio a odiare. Sopportiamo ancora un po’, e poi decideremo il da farsi. Mancava poco che quella brutta cornacchia mi portasse via gli occhi! Purtroppo il furetto é ancora dentro e non possiamo fare nulla per farlo uscire".

I minuti sembravano non passare mai, ma il sole, sempre più alto in cielo e sempre più rosso, ricordava che erano passate tre ore abbondanti da quando, fiduciosi e arzilli, si erano attestati nelle loro postazioni. Adesso, sfiduciati e stanchi, erano sul punto di mollare e di rinunciare ad aspettare che il loro valente furetto portasse fuori della tana il tanto atteso coniglio. Il cane continuava a fare noiosamente la spola tra la sorgente e la cuccia, che ormai si era sistemata ai piedi di Lillo, spianando un po’ d’erba secca, il sole continuava a fare il suo dovere di scaldare oltre che illuminare la terra, mentre i sudori scendevano abbondanti sulle guance dei due amici cacciatori.

Da qualche minuto un gufo si era appollaiato su un albero di pero, nelle immediate vicinanze dei cacciatori, e col suo monotono e noioso verso sembrava prendere in giro i due amici.

"Cu cu, cu cu! Siete proprio sciocchi! State lì immobili, da tre ore ad aspettare una povera bestiola che, più furba di voi, non uscirà mai all’aperto per esaudire i vostri insani desideri e così restare impallinata! Cu cu!".

I due si guardavano adirati e con gesti molto eloquenti, ora alzando un braccio ora sollevando il fucile, cercavano di mettere in fuga quell’uccellaccio. Evidentemente la stanchezza e la sfiducia di portare a termine il loro tentativo di stanare il coniglio cominciava a fare brutti scherzi. Non solo si sentivano traditi dal loro esperto furetto, che da ore forse se ne stava a pranzare tranquillamente dentro la tana con qualche piccolo coniglio, ma anche scambiati per spaventapasseri da quella brutta cornacchia. Adesso ci si metteva pure quel brutto gufo, a prendersi gioco di loro.

"Cu cu, cu cu!", continuava quello imperterrito e per nulla intimorito.

Quel mattino sembrava che tutte le forze della natura si fossero coalizzate contro i due cacciatori. Avevano messo in conto che i raggi solari sarebbero stati caldi e insopportabili, dopo una certa ora : ma che una cornacchia ed un gufo si potessero prendere beffa di loro, al punto da fare perdere la pazienza, non l’avevano considerato. E Cicco, il furetto ammaestrato e amico di mille avventure ? Anche lui li stava tradendo restandosene al fresco dei cunicoli di quella tana portentosa!

I due amici, ormai stanchi e nervosi, si guardarono negli occhi e capirono al volo che non restava altro da fare. Spianati i loro fucili, fecero fuoco su quel noioso animaletto che, presagendo la brutta fine che avrebbe potuto fare da lì a poco, dopo l’ultimo verso di scherno si era dato alla fuga, con un veloce battito di ali.

"Non solo gabbati dal furetto che non torna, ma presi in giro dagli uccelli!", gridò Lillo finalmente libero di muoversi e di urlare la sua rabbia. "L’avevo detto che questa non é una tana, ma un forte vero e proprio. Adesso ci toccherà aspettare i comodi di Cicco per poterci muovere da qui!".

E abbandonate le loro postazioni, si diressero verso l’ingresso della tana, seguiti dal cane che, uditi gli spari, si era precipitato verso i loro padroni, abbandonando la sua comoda cuccia nei pressi della sorgente.

"Sei sicuro d’avere visto il coniglio, o preso da una allucinazione hai visto la sua ombra?", chiese Lillo nervoso rivolto all’amico, con aria quasi di sfida.

"Certo che l’ho visto! E’ uscito per metà dalla tana e poi, disturbato da chissà cosa, é rientrato di corsa", rispose Carmelo.

Si avvicinarono verso l’imboccatura della tana, controllarono se sull’erba adiacente vi fossero tracce di peli di coniglio, esaminarono ogni cosa con attenzione. Nessun indizio che da poco tempo si fosse avvicinato un coniglio, né traccia del furetto. Avvicinarono le orecchie verso il buco, nella speranza che il furetto facesse manifestare la sua presenza col tintinnio delle campanelle: nulla. Ma grande fu la loro meraviglia quando, smuovendo un po’ di fratte con un bastone, scoprirono la presenza di un grosso foro, tempestato di peli e di tanti residui organici di coniglio, segno che lì sì che i conigli erano di casa e che quella era la vera imboccatura della tana!

"Compare!", disse Lillo adirato e sbalordito rivolto all’amico, "Ma che minchia abbiamo combinato? Abbiamo sbagliato buco! E’ questa la vera tana, il grande forte di cui vi parlavo. L’altra é una buchetta di poco conto e non una tana di conigli!".

Si precipitarono verso la falsa tana dove avevano infilato il furetto e dove questo era entrato malvolentieri. Uno dei due, preso da un presentimento, allungò un braccio più in fondo che poté, e con grande meraviglia tirò fuori il furetto ancora semi addormentato, dopo la lauta colazione del primo mattino a base di latte e formaggio. Un senso di sgomento e di rabbia si poteva leggere nei loro occhi. Altro che inseguire i conigli nella tana, quel valente furetto! Quello se ne stava tranquillamente a dormire su un comodo e fresco giaciglio! E Cicco, per scusarsi della figuraccia, sembrava quasi volerglielo dire in faccia ai due cacciatori, agitando i lunghi baffi e roteando i suoi due occhietti piccoli e lucenti :

"Io lì non volevo entrare : ma visto che mi avete cacciato dentro con insistenza, cosa potevo fare se non schiacciare un bel pisolino?".

"Una ridicola avventura di caccia!", mormorò Carmelo stizzito.

"Una brutta storia da non raccontare a nessuno" fece eco Lillo, rivolto all’amico. "In vita mia, mai era capitata una fesseria del genere! Sento già le imprecazioni della buon’anima di mio nonno, il cui spirito aleggia su questa contrada , porca terra!", concluse sconsolato rivolto all’amico, mentre riponeva Cicco nella "panara di vimini".

"Cu cu, cu cu!", risuonò la voce del gufo dal solito albero di pero, tornato per godersi la disperazione dei due valenti cacciatori e vendicarsi dell’offesa subita poco prima.