FEDERICO MESSANA       poesie, racconti ed altro......     
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                   Divagazione sentimentale di Loulou

Ai dolori fisici e morali, si aggiungono altri ricordi sicuramente tristi del passato; e la loro rievocazione chiude, almeno momentaneamente, una parentesi poco piacevole tra i due coniugi, un episodio increscioso che aveva provato e prostrato Eugenio. Forse un giuoco, complice involontario lui stesso e che, poco alla volta, aveva trasceso i limiti imposti dalla sua apertura mentale, ma soprattutto dalla sua morale.

Loulou, intraprendente donna di cultura, non gradiva evidentemente starsene ad oziare nel beato mondo di Bordighera, coccolata dai genitori e adorata dal suo Eugenio, tra gite al mare e in montagna, e lunghe pedalate in bicicletta. Il loro matrimonio avvenuto nel 1880, lei ventenne e lui di dieci anni più anziano, era stato subito allietato dalla nascita del primogenito Franco; evento che avrà reso felice tutta la famiglia, ma soprattutto il siciliano di Montedoro, che secondo tradizione non aveva atteso un secondo a dimostrare le sue focose origini. Subito un figlio, e maschio, cui era stato imposto il nome del caro nonno.

Eugenio aveva scoperto un autore di poesie, il conte torinese Angelo Degubernatis, allora quarantenne, un impegnatissimo professore universitario orientalista, poeta, scrittore e drammaturgo dimorante a Firenze. Cosicché nelle ore di ozio, in attesa del lieto evento, si divertiva a leggere a Loulou le liriche di questo originale personaggio. Loulou, curiosamente ammaliata dalla personalità di tanto autore, gli indirizzò una lettera di complimenti e di stima che inevitabilmente innescò una fitta corrispondenza tra i due; cosicché ben presto questa conoscenza epistolare, complice indiretto lo stesso Eugenio, da corrispondenza di circostanza divenne amichevole, quindi familiare, finché sfociò in una divagazione sentimentale.

Di tutto parlava Loulou al nuovo amico, e ogni cosa raccontava della sua vita, della sua villa a Bordighera, del marito siciliano, del piccolo Franco, ancora di pochi mesi. Alla curiosità morbosa di Loulou fece seguito la curiosità indagatrice innata del poeta, girovago per natura, impegnato nella scoperta di popoli e civiltà arcaiche, che così la ringrazia: "Grazie dunque delle sue cose buone che mi dice, e di mettermi con tanta grazia e tanto gentile confidenza nel segreto della sua vita". Quindi comincia a sondare l'intimo animo di Loulou fino alle estreme conseguenze, ed a spianare la strada per una dichiarazione amorosa: idilliaca non sappiamo fino a che punto. Loulou viene sicuramente sedotta dai suoi argomenti e dallo scrivere forbito e poetico: "Non vi è nulla di più bello, di pari invidiabile a questo mondo che avere nella propria casa la pace, un poter aprire le finestre per contemplare più vasti orizzonti ed abbracciare un più gran mondo. Come mi pare di già vederla scambiare uno sguardo alla sua creaturina ruba-baci e un altro al mare, per veleggiare sovr'esse con la fantasia serena, in cerca di bei sogni d'oro".

Non abbiamo documenti che attestino una loro conoscenza diretta, durante questo fitto carteggio né dopo, e neppure scambi di effusioni amorose, ma in una lettera Angelo invita i coniugi Caico ad incontrarsi a Firenze, in occasione dell'inaugurazione della nuova facciata del Duomo, nei primi giorni del mese di aprile del 1881.

"Firenze 30 marzo 1881

Amica gentilissima, la primavera porta le buone nuove, ed ecco che la vostra lettera me ne arreca delle lietissime. Voi siete scampati dal pericolo; e quantunque i giornali mi avessero già assicurato per Bordighera, sono contento di veder confermata la buona notizia da voi. Ma la più bella nuova che mi date è quella del vostro prossimo arrivo. Io debbo recarmi domani per due conferenze di beneficenza a Venezia e a Modena, e condurrò meco la mia Cordelia. Ma il 6 aprile a sera sarò di ritorno; se come m'immagino vi tratterrete anche in Firenze per la festa della facciata del Duomo, vedrete questa città nel suo miglior tempo e nelle migliori condizioni; ed io sarò molto lieto di farvi festa nel mio villino. Non vi deve turbare il pensiero che io troverò voi diversa dalla mia possibile immaginazione; le lettere hanno il vantaggio di far conoscere le anime; se sarete anche silenziosa, io saprò già quali sono i vostri pensieri e sentimenti.

.. Dio prosperi tutto il vostro mondo grande e piccolo; Franco è un bel nome che promette assai. Dategli un bacio nei capelli biondi e negli occhi azzurri, e continuatemi la vostra cara amicizia".

L'accenno alla visita a Firenze di Loulou e l'invito di Angelo nel suo villino sembrava preludere ad un loro incontro. Ma così non dev'essere stato perché quella lettera è del 1881, e nelle successive del 1884 i due scrutano i loro animi ancora alla ricerca di una identità fisica dei loro volti. L'incontro a Firenze non poté avvenire perché in quei giorni si ammalò e morì, ancora in fasce, il piccolo Franco. Quelli saranno stati giorni di tristezza e malinconia per tutta la famiglia Caico, e perciò il viaggio in Toscana di Loulou ed Eugenio, come promesso al conte, fu sicuramente rimandato a tempi migliori.

Il carteggio tra Loulou ed il conte Angelo fu momentaneamente diradato, ma ripreso regolarmente dopo qualche tempo.

"Firenze, 7 febbraio

Gentilissima Signora, rispondo in ritardo alla graditissima sua, né certo per poca premura che avessi nel riscontrarla. Ma io non sono, purtroppo, padrone del mio tempo, né libero di fare quello che mi tornerebbe maggiormente gradito. M'accorgo d'avere incominciato a scriverle in italiano e continuo; ma se Ella vuol continuare ad allietarmi con le sue care lettere, prosegua a scrivere in francese. Quando le donne scrivono lettere valgono due volte più di noi; se le scrivono poi in francese, anzi in un buon francese, non vi è lettura più attraente dell'epistolario di una donna.

Quanto sono grato al signor Caico della lettura che ha la bontà di farle degli scritti miei, e di essersi voluto privare per me di un ritratto che certamente gli era prezioso. E come vorrei avere le ali per visitarli nel loro bel nido, e vederli far festa alla loro creatura, in mezzo ad occupazioni geniali, innanzi a una natura meravigliosa. Mi vuole descrivere un poco il loro villino in una sua prossima lettera? E dirmi altro di sé? Qual era il suo nome da fanciulla? E come andò che una gentile Nizzarda e un valentuomo siciliano s'incontrarono? Dove fece Ella i suoi studi? Quali furono i suoi studi prediletti? E quando s'è provata a scrivere, che cosa ha scritto?

Di me Ella sa forse troppo, forse più di quello che occorre, prodigandomi forse soverchiamente nei miei scritti. Ma io non intendo la letteratura se non come una schietta e vivace manifestazione dei pensieri e sentimenti umani. Ciò che importa è che i nostri pensieri e sentimenti si alzino per uscire dal comune; allora anche la loro espressione diviene per gli altri interessante. Mi pare che anche lei la intende così; perciò, anche senza vederci e senza parlarci, ci siamo compresi. Ora mi pare che la nostra conoscenza sia fatta intieramente, e che ci rimanga soltanto a cavarne profitto. Io vorrei sinceramente parerle buono a qualche cosa, per mostrarle che ella non pose inutilmente fiducia in me. Ma ella ha tutto ciò che occorre per vivere felice; io non posso di lontano far altro che be nedirla, perché la felicità non l'abbandoni mai, perché l'anima sua sia sempre serena come il cielo che le sorride.

Mi scriva quando può, né tema mai di farmi perdere tempo. Io mi riposerò nel leggere le sue belle lettere, le quali mi parranno tanto più belle, quanto ella vorrà scriverne lunghe. Il villino Novaro è di loro proprietà? Perché si chiama Novaro e non Caico? Come Ella vede, cara signora, Ella ebbe il bel talento di farmi diventare curioso, mentre che di solito trovo che io non lo sono abbastanza. Ma le sue lettere recano il profumo di un'anima eletta; e di tale anima si vorrebbe conoscere ogni cosa.

Fosse vero che poche pagine mie bastassero a far piacere a qualche lettrice gentile, e riuscissero benefiche. Vorrei scrivere più spesso; ma quello che importa è scrivere soltanto di mio genio; ma la vita mi rapisce nel suo turbine, e assai di rado accade che io possa abbandonarmi alle mie ispirazioni poetiche.

Sono ormai cinque anni che ho scritto la mia "Savitré", dove ho versato la mia maggior passione; e da cinque anni la musa tace, non perché io non sarei spesso tentato a ritornare ad essa, ma perché le mie occupazioni non lo consentono. Mi creda pieno di affettuosa stima.
Il suo obbligatissimo Angelo Degubernatis".

Supponiamo che questa sia una delle prime lettere che Angelo indirizza a Loulou, ammaliato dalla sua forbita scrittura ed incuriosito dalla profonda sensibilità della scrittrice. E comincia a porle domande, forse strabiliato per come una simile gentildonna, istruita e dotata di talento, possa tenere una corrispondenza con un estraneo, complice o perlomeno partecipe, il caro marito siciliano, che si priva addirittura del bel ritratto della moglie per fargliene omaggio! Cosa inaudita per un torinese, ancorché professore universitario, pensare simili liberalità da parte di un siciliano! Quando lui, invece, ha una moglie che se mettesse il naso in una simile corrispondenza, non esiterebbe un attimo a fare scoppiare un quarantotto, come dirà in seguito.

Così rispondeva Angelo ad una lettera di Loulou che gli confermava la verosimiglianza del ritratto immaginario che s'era fatto, dai suoi scritti e dalle lettere, con quello ora in suo possesso:

"A Lei pare dunque già d'avermi conosciuto! Vedendo il mio ritratto, le par quasi di riconoscermi. E pure molti mi hanno invece detto il contrario. Dai miei scritti credevano raffigurare in me un uomo quasi terribile, una specie di gigante poderoso che impaurisce i bambini, Nel vedermi, invece, di piccola statura, nel veder l'occhio mio che carezza piuttosto che non sgomenti, nell'udir la mia parola piuttosto molle e soave che forte, parecchi di quelli che mi conobbero di persona, dopo avermi letto si stupirono. Forse qualcheduno si sarà trovato disilluso, poiché s'immaginavano di trovare una persona colossale ed io non sono niente meno che un colosso: ma i buoni che m'avvicinarono si trovarono più contenti così, sentirono che la mia stretta di mano è cordiale e sicura, e che io posso essere un buon compagno, un amico caldo, devoto fino al sacrificio. Tutto questo comprendono gli altri, e Lei, cara signora, ha fatto di più: lo ha indovinato".

Quindi prosegue dicendo che nei giorni passati è stato occupato a preparare nel suo villino "la prima festicciola da ballo per la nostra Cornelia, a fare gli onori di casa ad un illustre artista e filantropo conte ungherese, ed a rendere possibile un gran concerto di beneficenza per i poveri di Firenze". E le chiede di scrivergli una lunga lettera "che mi arrivano profumate dal villino Novaro; ma non vorrei parerle troppo poetico", e per commiato "dia un bacino per me alla sua creaturina, mi ricordi al suo ottimo consorte, e mi lasci stringere la mano che scrive così bene".

Lettera dopo lettera, la "gentilissima signora" diventa "gentilissima Loulou", quindi "petite amie", poi "piccola cara birichina", infine "carissima Loulou", quasi a sostituirsi al povero Eugenio, uomo garbato, sensibile, altruista! Un "valentuomo", insomma, come lo definisce il Degubernatis, magari con un pizzico di malizia toscana.

E furbescamente comincia a spianare la strada verso una relazione non solo letteraria, cominciando con l'infondere in Loulou i dubbi su come sarà possibile in avvenire che anche il marito Eugenio possa mettere il naso nella loro corrispondenza; questa, infatti, comincia a diventare personale, e dovrebbe restare necessariamente riservata, poiché già affiorano qua e là parole un po' tenere ed immagini pregne di sentimenti intimi, quasi amorosi, che preludono ad effusioni che prima o dopo potrebbero diventare piccanti.

Siamo nel 1884 e Lolou si trova ad Oron, nelle alpi francesi, per una gita con amici; mentre supponiamo che il buon Eugenio sia rimasto a Bordighera ad accudire alla piccola Lina nata l'anno precedente, come farà più avanti quando Loulou si recherà a Monte Pellice per delle cure. Ed è curioso notare come il conte rimproveri indirettamente Eugenio che, a detta di Loulou, non le scrive lettere lunghe e calde, come le sue! Dico curioso perché in seguito Eugenio, dall'esilio di Palermo, scriverà a Loulou lettere lunghissime e di fuoco, anche se spesso noiose. Adesso Angelo può scrivere liberamente a Loulou in vacanza, senza tema d'essere intercettato dal marito.

 

"Firenze, 13 luglio 1884,

Petite amie,

dunque, poiché il conversare simpaticamente può essere di qualche sollievo a lei nella sua solitudine, continuiamo i nostri geniali discorsi. L'anima sua poetica ha bisogno di poetica espansione; ed è veramente peccato che la persona a lei più cara, quantunque siciliano, e però naturalmente dotato di molta immaginazione, non abbia il gusto delle lettere lunghe, espansive e calde. Le più belle, le più care lettere dovrebbero essere certamente le sue ed ella che ne scrive di così deliziose merita di riceverne in ritorno.

Io non ho la pretesa di supplire in alcun modo al difetto delle lettere che non riceve; ma, poiché le mie visite epistolari hanno la virtù di farle passare qualche ora più serena, perché non verrò a procurarmi questo piacere? Sì, m'è preziosa l'esistenza di un'anima così delicata, così gentile, che in un giorno della sua vita, fece battere le ali del suo ingegno poetico verso di me; sento che la sua parola mi porta come un'onda fresca, che viene a rasserenarmi il fronte, depresso talvolta da cure troppo gravi; e, come le scrivo, vorrei aver l'ali per venir a sussurrare dolci e confortanti parole, che le facessero trovar soave la vita, e ritrarne lo stesso un po' di luce e un po' di quell'affetto vivificatore, di cui ho gran sete, e che mi lascia insaziabile.

Quello che ella chiama il mio gran cuore, non solo è lieto di ospitare un sentimento simile a quello che ella va inspirarmi, ma saprà custodirlo gelosamente. Io mi prodigo tutto a chi amo, ma non mi prodigo a tutti; io posso moltiplicarmi quasi all'infinito per quelli che uniscono i loro pensieri e affetti ai miei; ma la turba mi lascia indifferente. In lei, cara Loulou, ho sentito fremere un'anima eletta, che aspira verso ogni cosa buona e bella; non è comune un tal fremito; e però accade che, quantunque io sia forse l'uomo più occupato di questo mondo, io trovi un così gran piacere a intrattenermi con lo spirito gentile di Luisa Caico.

Io rimarrò ancora solo per sedici giorni; dopo mi recherò in campagna, ma le lettere potranno sempre essere indirizzate qui, cioè al villino in Firenze. Vorrei intanto esser buono davvero a mostrale che le son vero amico, ed esser messo alla prova delle opere. Se le mie lettere possono darle alcun piacere, io troverò sempre il tempo di scrivergliene.

. Ed ora, piccola cara amica, lasci che le pigli le due mani e che la guardi sorridendole, gridando di gran cuore: Viva! Viva! Viva! Il tutto suo Degubernatis".

E dopo pochi giorni un'altra lettera che vorrebbe essere chiarificatrice, per dissuaderla dal continuare la fitta corrispondenza che sta prendendo una piega pericolosa, com'egli stesso ammette, e mettere in guardia Loulou dalla gelosia del Siciliano, filosofo finché vuoi, ma geloso e vendicativo. Ed aveva ben motivo il conte di temere le ire di Eugenio, nella sciagurata ipotesi che avesse scoperto una tresca amorosa con la sua Loulou. Sappiamo, infatti, che Eugenio era la persona più mite di questo mondo, capace di mille sfuriate ma un gentiluomo, che tuttavia andava sempre armato di revolver! Ma non sarà stato un espediente, un sottile giuoco psicologico, quello di Angelo, per sfidare Loulou e farla andare invece incontro ai suoi desideri, al "suo sentimento che lo seduce"? E lascia a lei "la patata bollente" del dilemma.


"Firenze, 21 luglio 1884

Piccola cara birichina,

Come fate voi dunque ad indovinare il sorriso che certe espressioni felici che trovo nelle vostre lettere provocano sulle mie labbra? Si direbbe che mi conoscete da vent'anni e che sapete dove il diavolo tiene la coda, poiché riuscite così bene a toccarmi sul vivo. Se ogni giorno della vita potesse contare un simile sorriso, nessuno di certo avrebbe diritto di sentirsi infelice. E se è vero che le mie lettere vi facciano tutto quel bene che avete la bontà di dirmi, non temiate che io diventi mai lento nello scrivervi. Solamente, poiché mi piace potervi scrivere sempre con la stessa schiettezza, ditemi francamente come vostro marito accetterà questa nostra corrispondenza così frequente. Io tengo per me tutte le lettere che mi scrivete, e però potete scrivermi ogni cosa sempre, senza timore di dispiacere ad alcuno; ma voi mi scrivete che quando le mie lettere arrivavano a Bordighera voi e vostro marito le leggevate insieme. E' possibile che vostro marito sia tanto filosofo da leggere con piacere quello che io scrivo a voi sola? E non vi pare che le mie lettere abbiano a prendere un altro contegno, se so che saranno quattr'occhi invece di due, a leggerle? Io sento tanto piacere nello scrivervi, e sono ormai così persuaso di scrivere ad una vera amica, che non solo il voi al lei, ma anche, quando potessi sperare il ricambio, gradirei un discorso più famigliare. Ma non vedo come io dovrei trattare col "lei" vostro marito e voi altrimenti; e pure io conosco lui e non voi; conosco lui solamente per il bene che vi vuole, per il bene che me ne avete detto, per la stima che vi merita; ma finché non c'incontriamo, è impossibile, poiché egli non scrive, che nasca tra noi una maggiore intimità.

Risolvete voi dunque come vi consiglia il vostro cuore e la vostra delicatezza, questo problema intorno al modus vivendi, non desiderando esporvi a nessun dispiacere futuro per cagione d'una corrispondenza che può essere affettuosissima ed innocentissima, e pure pericolosa alla lunga, per la vostra pace domestica. Finché voi siete ad Oron, l'inconveniente è piccolo; anzi, io non ne veggo alcuno. Ma temo che l'arrivo delle mie lettere a Bordighera destino un po' di malumore nell'ottimo vostro compagno, e cagionando un dispiacere a lui, siamo per turbare la vostra pace domestica. Voi siete nuova alla vita; e non misurate forse abbastanza il pericolo che correte scrivendomi così spesso e ricevendo tanto spesso mie lettere; ma io, più vecchio d'anni e di consiglio, con tutto l'ardore giovanile che ancora dentro mi scalda, debbo aprirvi gli occhi in tempo, per impedire che un piacere possa diventare un dolore. Se io fossi nato egoista, non vi avrei tenuto questo discorso, e correrei spensieratamente dietro un sentimento che mi seduce. Ma l'amicizia la sento in modo che io devo aver bene soltanto dal bene dell'amico. Desidero di gran cuore ogni vostro bene, e, in questo desiderio, vi prego di dirmi candidamente tutto il pensier vostro. Credete voi proprio sinceramente che noi possiamo continuare a scriverci così a Bordighera? Io non voglio rapire nulla del vostro affetto a vostro marito; anzi desidero che questo affetto a vostro marito, se è possibile s'accresca; ma come può egli tollerare con piacere che sua moglie abbia un confessore ideale? Se io vestissi abito sacerdotale, nessun marito intenderebbe un colloquio spirituale della moglie con me. Ma io sono un semplice uomo laico; e vostro marito, come siciliano, m'immagino che sarà geloso e naturalmente vendicativo.

E ora vi domando perdono d'essere entrato in questo scabroso discorso; ma, tra amici, bisogna sapersi dire tutto, e se voi vedeste come io vi sorrido mentre scrivo queste parole, capireste subito che il solo affetto me le detta. Aspetto la vostra descrizione della gita alpestre e invidio i vostri compagni di ventura, e vi carezzo con tutti i miei pensieri.

Il vostro amico Angelo".

Questa volta Loulou s'arrabbia molto, evidentemente, se il conte Angelo debba subito puntualizzare il senso della lettera precedente.

 

"Carissima,

No, questa volta non avete lette bene fra le righe. Rileggete con più calma la mia lettera e leggendola vi persuaderete che è la lettera di un galantuomo che vi vuol bene, d'un amico schietto, di un amico sicuro, che ha voluto dirvi tutto in una volta, per rendere netta la sua propria situazione a vostro riguardo. Io mi credetti in dovere di parlarvi di mia moglie perché non mi piace ingannarvi; se voi mi scrivete nell'opinione che le vostre lettere siano lette da mia moglie. Io vi ripeto che una volta si leggeva tutto, che ci siamo persuasi entrambi che questo non è possibile, che io avrei dovuto scrivere altrimenti per esser sicuro di non fare nessuna pena a mia moglie; cioè di scrivere cose false, cose non sentite: il che non mi è possibile. Ma io ero lontano dall'immaginazione che voi avreste applicato il mio discorso al caso vostro. Se io vi dissi tanto è per amore della vostra pace, non per mia stanchezza. Eppure voi mi assicuraste che vostro marito era un carattere confidente, io accettai questa vostra dichiarazione lietamente. Vostro marito ha perfettamente ragione di aver fiducia pienissima in voi; non tutti i siciliani si somigliano!

Le vostre lettere, ve lo posso assicurare, non contenevano una sola espressione che debba rincrescervi d'averci messa, ed io non so perché l'ultima mia lettera vi abbia messa in imbarazzo; non lo so proprio e me ne stupisco; io ero anzi nell'opinione che essa vi avrebbe tranquillizzata intieramente, poiché vi dicevo in somma che ora avrei potuto scrivervi con più libertà. Limitavo la vostra corrispondenza a un termine fisso, non perché le vostre lettere di Oron mi siano sembrate soverchie, tutt'altro, né perché mi pesi il rispondervi; ma perché non mi pare che nel seno della vostra famiglia potrete scrivermi più spesso. Se lo potrete, tanto meglio, tanto meglio! E non ve lo dico con le labbra, ma col cuore! Ed ora via, riprendiamo il nostro linguaggio naturale. Era bene che voi sapeste come le cose stanno. Ma non vi è ragione alcuna per voi di turbarvi. Le vostre lettere mi giungono carissime; se le mie per voi hanno la stessa virtù, non temete che io sia mai tardo a rispondervi. E datemi qua le due mani, e guardatemi bene negli occhi per assicurarvi che non sono un amico volgare, ma il vostro fidissimo e deditissimo Degubernatis".

E dopo questo chiarimento, in risposta alle proteste di Loulou, eccone un altro.

"Firenze, 26 luglio 1884

Carissima Loulou,

Aspettavo per rispondervi d'aver ricevuto una nuova vostra lettera. Ora sono felice d'averla ricevuta. Essa è degna di voi ed oso dire di me. Io avevo bisogno di una vostra dichiarazione precisa intorno al modo con cui vostro marito avrebbe accolto il seguito della vostra corrispondenza. Anche rimanendo innocentissima la nostra corrispondenza, quando fosse troppo frequente, quando si prendesse l'abitudine di conversare fra noi quasi ogni giorno, mi parrebbe impossibile che il vostro eccellente marito, per quanto fiducioso giustamente e pieno di stima del tesorino che egli possiede, non ne dovesse sentire alcuna pena. Egli sarebbe superiore ad un uomo, o sarebbe un uomo indifferente, se, essendone consapevole, egli si mostrasse soddisfatto del calore crescente d'un carteggio della sua gentile compagna con un estraneo, per quanto venerabile. Era necessario che ci facessimo un giorno, anzi in tempo, una tale dichiarazione. E se la mia lettera vi fece versare una lacrima ve ne domando perdono; ma per quella lacrima versata, io credo che ora noi possiamo scriverci con maggiore libertà, sapendo bene fin dove possiamo andare e dove è conveniente che ci fermiamo, per non creare fra noi alcuna situazione imbarazzante, che ci portasse d'interrompere una corrispondenza fin qui solamente benefica. Io non posso mostrare a mia moglie le nostre lettere, perché la più innocente di esse basterebbe a farle pena. Nei primi anni del nostro matrimonio, io usavo comunicarle tutte le lettere che ricevevo e che scrivevo; mia moglie è buona, intelligente, affettuosa, ma è nata col sospetto, e prende ombra di tutto; è carità verso di lei, non metterla a parte se non delle cose alle quali essa stessa può prendere una parte viva. La mia corrispondenza poi ha preso da alcuni anni proporzioni tali che mia moglie avrebbe un bel da fare a seguirla ormai tutta. Le lettere che scrivo e quelle che ricevo sono tali che se mia moglie avesse il carattere di vostro marito, essa potrebbe leggere ogni cosa; ma essendo più pronta a ricevere impressioni e a sentirne pena, è obbligo mio evitarle qualsiasi dolore. Se io le nascondessi soltanto le vostre lettere, me ne vergognerei per me, per voi, per lei. Da oltre dieci anni abbiamo insieme convenuto che era meglio che essa non leggesse le mie lettere. Io non le occulto, quando ne ricevo. Ma la prego di non leggere se non le lettere che le passo, perché credo possano interessarla. In tal modo abbiamo la pace, che non esisterebbe se io avessi l'obbligo di commentare, attenuare, quasi scusare le espressioni un po' affettuose che possano trovarsi nelle lettere dei miei amici.

Da questa mia confessione, voi non vi meraviglierete, io spero, che abbia desiderato sapere proprio da voi quello che sentirà vostro marito nel leggere la nostra corrispondenza. Dopo quanto me ne scrivete, io non ho bisogno di sapere altro, e vi assicuro che non mi troverò più imbarazzato a scrivervi.

Ho capito anch'io benissimo che al vostro ritorno a Bordighera e della mia famiglia presso di me, il vostro carteggio diverrebbe naturalmente più raro, perché e voi ed io saremo distolti da altre cure. Noi ci scriveremo forse una volta al mese o quando il cuore sarà più grosso e sentirà il bisogno d'uno sfogo; ma, io ho voluto prevedere un caso; nella frequenza della nostra corrispondenza tra Firenze ed Oron, le nostre lettere, senza che ce accorgiamo noi stessi, per semplice e naturale virtù di crescente simpatia, possono aver preso un poco più di calore che non avessero un mese fa; riscrivendovi a Bordighera sarebbe difficile e non degno di noi il raffreddarle per dissimulazione; e però ho dovuto assicurarmi che vostro marito non abbia a sentirne qualsiasi pena. Non ci sarà pericolo mai che io abbia a scrivervi alcuna parola meno conveniente, o allontanarvi con le mie lettere da alcuno dei vostri doveri, se la cosa fosse pure possibile, il che, conoscendovi, non credo assolutamente; come voi non dovete temere d'avere nelle vostre lettere dirette a me usata alcuna espressione che possa dare occasione ad alcuna interpretazione sospetta.

Ma io dovevo una volta aprirvi intiero l'animo mio, e vi scrissi come vi avrei parlato, cordialmente, non per fermare, ma per rendere più agevole la nostra corrispondenza. Ora mi sento libero, e pregandovi di mandare un bacio alla vostra bambina, e un affettuoso saluto per me a vostro marito, vi stringo tutte e due le mani, pregandovi di concedermi la più ampia indulgenza per questo sproloquio, e di credermi sempre vostro di cuore,

Angelo Degubernatis".

 

Fin qui le lettere del conte Angelo a nostra disposizione. Ma a queste ne saranno seguite altre, e poi altre ancora, sempre più intime, ed il nostro Eugenio sempre lì a tenere il moccolo alla sempre più intima conversazione tra i due amici! Oppure, vista la determinazione di Loulou, sarà successo un grave fatto che ci sfugge, e che avrà fatto perdere le staffe al bravo e tanto paziente Eugenio. (Non sarà forse lui stesso, più avanti, a parlare della virtù del ciuco?). Ma noi vogliamo credere, anche perché non abbiamo prove del contrario, che se relazione ci sia mai stata tra Loulou ed Angelo Degubernatis, benché non meno grave di una relazione fisica, questa sia rimasta nella sfera idilliaca ed intellettuale, scandita da chilometri d'inchiostro che hanno fatto battere forte il cuore della tanto cara e stimata Loulou.

A questo punto il dramma: conoscendo il carattere tragico ed esaltato di Eugenio, la scoperta di quella relazione sentimentale deve essere apparsa ai suoi occhi una mostruosità, e chissà quale sarà stata la sua reazione più immediata. Ma avendo cominciato ad apprezzare anche la sua bontà e bonarietà, nell'animo del focoso siciliano, colmo d'amore sincero verso la sua Loulou, dev'essere subentrato il buonsenso s'era riuscito a gestire l'increscioso episodio con estrema discrezione. Non sarà stato facile per Eugenio ingoiare l'amara pillola del tradimento, che ancorché platonico gli sarà sembrato più grave di un tradimento fisico; al punto da portarsi dietro, anzi spedirsi al suo nuovo indirizzo di Palermo, la cassetta con le lettere incriminate ed il foulard, che la sua amata aveva avuto come pegno d'amore da un estraneo! Non ci resta che immaginare Eugenio, scapigliato e su tutte le furie, recitare le sue catilinarie bestemmiando, oltre che in italiano ed in dialetto, com'era suo solito, anche in turco! E la povera Loulou, relegata in un angolo della loro camera, ascoltare le invettive del povero siciliano tradito nell'onore e nell'orgoglio. Sarà stata, sicuramente, una scena teatrale, altamente drammatica e commovente, oltre che pirandelliana allo stesso tempo! Un altro attore compaesano, di quelli rudi descritti dal Verga, avrebbe lavato l'ignominiosa offesa col sangue e basta; ma il povero Eugenio, il "valentuomo" di Degubernatis, dall'ira sarà passato alla commozione e quindi al perdono. Unico pegno di un eventuale ricatto, il sequestro delle lettere e del foulard: adesso, a distanza di qualche tempo, in un momento di tremendo sconforto e di dolore reciproco, trova il coraggio di distruggere quanto ancora restava a ricordare quel triste episodio, ormai lontano nel tempo se non nell'anima.

Così risponde Eugenio ad una lettera di Loulou:

"Ho apprezzato e mi ha commosso quello che mi hai detto intorno a quel sentimento di rammarico angoscioso da te provato; vorrei essere con te per dirti tante buone cose e rappresentarti con calore tutte le mie simpatie. Tu non devi pensare più a nulla d'increscioso, mia cara Loulou, come non vi penso più io e per provarti con qualche atto esteriore di questo che ti ho detto, cioè che io non vi penso più alle cose incresciose e desidero che tu possa obliarle per sempre, io tra oggi o domani compirò qui un atto che sono sicuro non potrà che farti piacere. Ti ricordi, cara Loulou, di quella famosa cassetta che spedii qui al mio indirizzo piena di lettere prima di partire? Quelle lettere, tu mi comprendi, sono quelle tali che non devono più esistere e saranno oggi o domani al più tardi da distruggere col fuoco! Mi credi? Certo mi crederai, basta che io te lo affermo. E sia quel fuoco l'immagine della distruzione d'ogni ricordo increscioso e la purificazione d'ogni sentimento. Credimi, Loulou mia, quella cassetta ancora in questo momento è legata e suggellata tale quale come la spedii. L'aprirò e brucerò ogni cosa senza svolgerle. M'intendi? Ed ora stai lieta, risanati e pensa che c'è uno qui pieno di difetti, e molti, ma che ti ama e ti vuol bene per davvero".

Scrive quindi l'indomani: "Il fuoco ha già consumate tutte quelle lettere della cassetta! Ho mantenuta la mia promessa! Anche quel foulard o fazzoletto di seta col tuo nome che si attacca ai ricordi, che per me sono stati spesso più angosciosi di quelle delle lettere, subirà anch'esso il fuoco! Credo d'aver fatto bene di distruggere tutto il putridume ed è stato fatto in luogo proprio adatto al genere! Spero che tu ne rimarrai contenta e con la distruzione di quelle cose si disperda ogni triste ricordo e rinasca la vera bontà, fiducia ed abbandono confidente e tenero reciproco; per parte mia, tutto ciò dentro di me non ha mai mancato, perché non sono stato mai egoista e con tutti i miei difetti non ho cessato mai dal volerti bene davvero, e adesso te ne voglio più che mai. Desidero essere un po' ricambiato".

E come in una tragedia greca, il tragico attore siciliano col fuoco della sua terra ha cancellato ogni ricordo e lavato ogni offesa! La catarsi di Loulou agli occhi di Eugenio è avvenuta con la distruzione delle lettere e del foulard incriminati, che li legavano ai tristi ricordi del passato.